Il Parco della Reggia

Oggi nessuno che vi passeggia potrebbe immaginare che qui, sino agli anni settanta si coltivavano patate e c’era un campo di calcio. Qui era ospitato uno dei più grandi manicomi d’Italia e il parco serviva per le attività degli ospiti.
Poi il recupero di Reggia e Parco, ad opera della Provincia di Parma. Un recupero da manuale, condotto sulla base di documenti e disegni originali conservati negli archivio. Ed ecco rinascere il meraviglioso parterre, ovvero l’arabescato giardino, così com’era, secondo i dettami del grande Le Notre. A volerlo era stato Francesco Farnese (1694-1727) intenzionato a trasformare il precedente giardino all’italiana, non più di moda, in ossequio ai nuovi gusti d’oltralpe. Per adeguare il suo giardino allo stile francese secondo i dettami di Le Notre, vennero chiamati giardinieri da Parigi. Era loro il compito di creare, secondo il gusto barocco per la “meraviglia”, aiuole geometricamente disegnate, siepi concepite con elementi architettonici, giochi d’acqua ispirati al modello di Versailles. La Grotta Incantata era popolata da automi che si muovevano e cantavano azionati da complessi meccanismi idraulici. Per alimentare i giochi d’acqua delle varie fontane venne innalzata una Torre delle acque.
Ma la storia del Parco è molto più antica. Si era nel ‘400 quando Roberto Sanseverino, nipote di Francesco Sforza principe di Milano volle un giardino bellissimo intorno a quella che era allora la Rocca di Colorno. Ad inaugurarlo fu Ludovico il Moro. Quel primo parco raggiunse la sua stagione di massimo splendore sotto il dominio di Barbara Gonzaga Sanseverino (1577-1612), la nobile, raffinata Dama che trasformò il castello e il parco in una delle meraviglie del tempo. Tra peschiere e ponti, vennero creati autentici capolavori ars topiaria, labirinti, roseti e architetture verdi.
Quando nel 1666 Ranuccio Farnese e la moglie Margherita Jolanda di Savoia, elessero Colorno loro residenza estiva, intervennero sul giardino con opere di abbellimento, grandi movimentazioni e riporti di terra, collocandovi arredi marmorei e fontane. Trent’anni più tardi, nel 1699, il Bibbiena, insieme al Morani e al Baill, sovrintese ad altri interventi di abbellimento: i risultati furono di tale portata che all’ingresso del parco, venne appostata la scritta: “Regium luculentum recessum” ovvero “Splendido Rifugio Regale”. Negli anni tra il 1730 ed il 1749 il parco subì un periodo di degrado, coincidente con la morte di Francesco e Antonio Farnese e con l’arrivo dei Borboni che misero in vendita un parte degli arredi trasferendone altri a Napoli.
A riprendersi cura di questo gioiello abbandonato fu Filippo, di Borbone che ne affidò la riproggettazione ad Ennemond-Alexandre Petitot e le cure al giardiniere François Anquetil.
Al tempo di Maria Luigia d’Austria, moglie di Napoleone e sovrana di Parma, il giardino venne trasformato in parco all’inglese, secondo i dettami del gusto romantico; le piante, sino ad allora costrette nei precisi schemi del giardino all’italiana, furono lasciate libere di espandersi. Ne furono importate e messe a dimora in grande quantità: il Barvizius elenca ben 1708 specie presenti nel giardino tra il 1816 e il 1846 e alcuni alberi di allora ancora sopravvivono.
La storia “colta” del parco e della reggia farnesiana di Colorno termina a metà del secolo scorso. Fino alla attuale rinascita.
Passata la Reggia ai Savoia e quindi allo Stato italiano, le fontane furono smontate e trovarono altre collocazioni, in quello che un tempo era stato un nobile parterre finirono con l’essere coltivate le patate o si giocava al pallone.
Poi la fine del degrado e l’intervento che ha ridato dignità al giardino, parallelo a quello compiuto sull’edificio della Reggia.
Oggi Colorno ha tutti i titoli per tornare ad essere quella “meraviglia” che la memoria tramanda.